Metodo editoriale
Cerchiamo risposte. Senza fingere di averle tutte.
Dimmi di me nasce dalla curiosità.
Da quelle cose che cominciano a succederci e ci fanno pensare: questa è nuova. Da una domanda, da un dubbio, spesso da qualcosa che abbiamo provato sulla nostra pelle.
E che vogliamo capire.
Per questo distinguiamo sempre, per quanto possibile, quello che sappiamo, quello che stiamo ancora cercando di capire e quello che è semplicemente successo a noi.
L’esperienza personale può far nascere una buona domanda.
Non basta, da sola, a darle una risposta completa.
E la scienza non rende meno vera un’esperienza personale: ci aiuta a capire quanto possiamo generalizzarla.
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Da dove prendiamo le informazioni
Quando un contenuto riguarda salute, corpo, nutrizione, menopausa, attività fisica o altri temi per i quali contano le prove, cerchiamo prima di tutto fonti affidabili e pertinenti.
Preferiamo, quando disponibili:
– linee guida e documenti di società scientifiche e istituzioni sanitarie;
– revisioni sistematiche e meta-analisi;
– studi pubblicati su riviste scientifiche;
– documenti ufficiali e fonti primarie;
– contributi di specialisti riconosciuti, soprattutto quando servono a interpretare un tema ancora in evoluzione.
Non tutte le fonti hanno lo stesso peso e non tutte le domande hanno già una risposta soddisfacente.
Quando l’evidenza è debole, contrastante o incompleta, preferiamo dirlo.
“Non lo sappiamo ancora” è una risposta perfettamente dignitosa.
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Quanto possiamo fidarci di quello che sappiamo?
Non vogliamo trasformare ogni studio in una certezza né ogni dubbio in un allarme.
Quando serve, nei contenuti distinguiamo la solidità dei riscontri e cerchiamo di rendere visibile anche l’incertezza.
Un risultato interessante non è automaticamente una raccomandazione.
Un’associazione non dimostra necessariamente una causa.
Una causa, un meccanismo e un effetto non sono la stessa cosa. Quando possiamo distinguerli, lo facciamo; quando non possiamo, lo diciamo.
Uno studio nuovo non cancella da solo tutto quello che sapevamo prima.
E una frase ripetuta migliaia di volte sui social non diventa più vera per anzianità di servizio.
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Esperienza personale e testimonianze
Raccontiamo anche esperienze.
Le nostre, quando hanno qualcosa da dire. Quelle di altre donne, quando aiutano a riconoscersi o a porci nuove domande.
Ma un’esperienza resta un’esperienza.
Se una crema ha funzionato per noi, non significa che funzionerà per tutte.
Se un cambiamento nello stile di vita ci ha fatto stare meglio, non significa che sia stato necessariamente quello a causarlo.
Se qualcosa non ha funzionato per noi, non è detto che non funzioni per altre.
Cerchiamo di non confondere mai “è successo a me” con “funziona così”.
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Quando parliamo di salute
Dimmi di me informa, approfondisce e prova a rendere comprensibili argomenti che spesso arrivano frammentati, semplificati o contraddittori.
Non sostituisce una valutazione medica individuale.
La stessa informazione può avere un significato diverso a seconda della storia clinica, dei farmaci assunti, dell’età, dei sintomi e di molte altre variabili che un articolo non può conoscere.
Per questo cerchiamo di spiegare cosa sappiamo e quali domande può essere utile porre ad un professionista, non di fare diagnosi a distanza.
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Prodotti, trattamenti e “vale davvero?”
Ci interessano anche le cose che compriamo, proviamo e ci vengono consigliate.
Cosmetici, dispositivi, integratori, trattamenti, app, corsi, attrezzi: essere curiose non significa credere a tutto.
Quando valutiamo un prodotto cerchiamo di separare:
cosa promette,
cosa contiene o fa realmente,
quali prove esistono,
per chi potrebbe avere senso,
quali limiti ha.
Il fatto che qualcosa ci piaccia non migliora automaticamente le prove che lo sostengono.
E il fatto che una promessa di marketing sia molto convincente non conta come studio clinico. Peccato, sarebbe più semplice.
Se un contenuto include una collaborazione commerciale, un prodotto ricevuto o un link affiliato, lo dichiariamo chiaramente.
Questo non cambia il criterio con cui valutiamo le prove e non ci obbliga a una conclusione positiva.
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Le fonti restano visibili
Quando un articolo si basa su fonti esterne, le indichiamo.
Non per decorazione e non per impressionare con una lunga bibliografia, ma perché chi vuole andare oltre deve poter capire da dove arriva un’informazione.
Le fonti possono cambiare nel tempo. Anche la conoscenza cambia.
Per questo alcuni contenuti riportano anche la data dell’ultima revisione.
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Rivediamo quello che pubblichiamo
Un articolo non diventa intoccabile nel momento in cui premiamo “Pubblica”.
Se emergono nuove prove, se una raccomandazione cambia o se troviamo un errore, il contenuto può essere aggiornato.
Quando un contenuto che dipende dalle evidenze viene modificato in modo sostanziale, la verifica precedente non vale automaticamente anche per la nuova versione: va ricontrollato.
Per noi aggiornare un articolo non significa aver sbagliato a scriverlo.
Significa che la conoscenza si muove.
E sarebbe piuttosto curioso pretendere che un progetto dedicato al cambiamento restasse immobile.
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Possiamo cambiare idea
Anzi, speriamo di farlo qualche volta.
Cambiare idea davanti a informazioni migliori non è incoerenza.
È uno dei modi in cui impariamo.
Quello che cerchiamo di non cambiare è il metodo: fare domande, cercare fonti, distinguere i fatti dalle impressioni, dichiarare i dubbi e lasciare spazio a quello che ancora non sappiamo.
Perché prenderci cura di noi significa anche questo:
**conoscerci abbastanza da accorgerci quando qualcosa cambia.
E restare abbastanza curiose da voler capire perché.**